IDEE / Un’economia disarmata per la conversione ecologica integrale. Per un discernimento che nasce dalla vita

Pubblichiamo l’intervento di Carlo Cefaloni* al VII Convegno Reti della carità, “I poveri e la guerra. Per un mondo più giusto, umano e compassionevole”. [nella foto con Maria Grazia Guida]

Titolo della relazione: “Un’economia disarmata per la conversione ecologica integrale. Per un discernimento che nasce dalla vita

*Esponente del Movimento Focolare. Redattore di «Città Nuova». Si occupa, in particolare, di politica, lavoro, economia, cittadinanza e diritti umani. Partecipa a diverse reti sociali attive su politiche di pace, ambiente, lavoro e legalità.

Il messaggio che abbiamo ascoltato della presidente Margaret Karram ha messo bene in evidenza l’orizzonte generale e il cuore della realtà del Movimento dei Focolari che, a prescindere da ogni classificazione, è un esperimento di fraternità su scala planetaria nato storicamente durante la seconda guerra mondiale. Una proposta radicale e popolare di impronta evangelica condivisa nel tempo da persone di diverse latitudini, tradizioni culturali, credo confessionale e religioso ma anche da chi non ne professa alcuno.

Alla radice si avverte l’urgenza di rispondere a quelle domande che Margaret ha esplicitato nel suo intervento con riferimento ai nostri giorni: «Sappiamo ancora metterci in ascolto del grido dell’umanità? Entrare nelle spaccature più profonde?».
Non si comprendono le ragioni dell’impegno per la pace senza far riferimento a quel grido dell’umanità che noi riconosciamo nello smarrimento e domanda di senso urlato da Gesù sul patibolo imposto da quel connubio di poteri che non ha tempo ma si perpetua nella storia in tanti modi.

Cosa significa “entrare nelle spaccature più profonde”?

C’è un esempio di discernimento che emerge da una vicenda in cui siamo coinvolti. Una fabbrica di armi in Sardegna è controllata da una multinazionale tedesca che ha usato il sito in Italia per produrre bombe da inviare all’aviazione saudita che le utilizza nella guerra in Yemen. Esiste una legge in Italia che vieta l’invio di armi ai Paesi in guerra, un testo normativo che applica la costituzione ed è stato conquistato dagli operai che hanno fatto obiezione alla produzione bellica.

La norma tuttavia viene aggirata grazie ad eccezioni escogitate da forti gruppi di interesse che riescono anche a far credere che la produzione di armi sia fonte di benessere per tutti. Il territorio dove sorge la fabbrica è il Sulcis Iglesiente dove la crisi della filiera estrattiva del carbone ha portato i lavoratori e la popolazione a barricarsi in miniera per salvare inutilmente il reddito delle famiglie.

Porre le persone davanti al dilemma tra il mantenimento dell’occupazione in cambio di un certo tipo di produzione è il contrario di ciò che ha detto papa Francesco quando si è recato a Cagliari: il lavoro è occasione di riscatto, non di ricatto. Le alternative esistono ma non sono finanziate e così abbiamo l’imposizione di un modello economico che impone la sua logica recessiva da un territorio impoverito d’Italia allo stato più povero del Golfo persico dove dal 2015 si consuma una guerra che l’Onu annovera tra i peggiori disastri umanitari.

Rispondere al “grido dell’abbandono” ha significato non chiudere gli occhi, riconoscere la testimonianza di chi coerentemente, fin dal 2001, contesta la conversione di una fabbrica di mine per gli scavi minerari in luogo di produzione per aerei cacciabombardieri per porre una questione di coscienza: possiamo restare indifferenti come chi ha voluto ignorare o tollerare l’attività dei campi di sterminio? È nato così un comitato riconversione che ha come obiettivo l’intera economia del territorio e aiuta ad alzare lo sguardo alle scelte che in Italia da almeno 30 anni hanno portato a far crescere il comparto delle armi a scapito delle produzioni in campo civile che pure erano d’avanguardia e in grado da far moltiplicare i posti di lavoro. Il comitato, al quale aderiscono persone di diverse parti d’Italia e non solo, si è messo in rete con realtà nazionali e internazionali, tanto da incidere sulla scelta del governo italiano nel 2020 di bloccare l’invio di bombe in Arabia Saudita.

Grazie anche al rapporto con le chiese evangeliche tedesche del Baden e alla federazione evangelica italiana è stata promossa una rete di imprese locali riunite nel progetto War Free, marchio internazionale registrato, impegnate in attività libere dalla filiera della guerra.

Quando ne parlo registro una forte incredulità. Alcuni si ricordano di simili esperienze e attese che fanno parte della loro gioventù, ma non capiscono che parliamo di una storia attuale che deve fare i conti con scelte di politica industriale che persistono nel non voler investire nella conversione ecologica integrale che impone il ripudio della guerra.

Così la multinazionale che ha perso alcune commesse tra quelle che, prima del clima di riarmo generale indotto dalla guerra in Ucraina, è la depositaria di brevetti esclusivi sui droni kamikaze che vuole sviluppare con la nostra industria.

La prima povertà che ci interpella è la mancanza di prospettive di futuro, di un altro modo di stare al mondo che sia veramente libero, al di là di ogni retorica, dall’idolatria del denaro.

Come storia di riscatto da una povertà imposta da un sistema iniquo, riporto la storia di una famiglia di 6 persone dove il padre, dopo aver perso il posto di lavoro per una delle tante delocalizzazioni selvagge, ha rifiutato di collocarsi nella fabbrica di bombe, accettando anche di emigrare da solo in altre regioni per poter guadagnare qualcosa e ora è tornato a casa in una delle imprese war free.

Questa presa di consapevolezza ci ha condotto in questi anni ad incontrare i portuali di Genova che hanno rifiutato anche loro di essere ridotti ad ingranaggi di un gigantesco nastro trasportatore di armi via mare.

Una scelta coraggiosa che li ha esposti a rappresaglie e anche ad inchieste penali ma che inaspettatamente ha visto una solidarietà pubblica anche da quel mondo cattolico timoroso di esporsi con certi “estremisti” che il papa ha invitato, invece, a prendere come esempio. Il 2 aprile anche con la pastorale sociale nazionale e la stessa diocesi di Genova abbiamo condiviso come movimento una marcia pubblica in città con istanze rivolte alla capitaneria di porto.

Ora è evidente che senza un impegno deciso per una conversione economica e di scelte industriali i nostri amici portuali resteranno esposti ai pericoli, a partire dalla sicurezza economica delle loro famiglie. Non possiamo perciò fermarci alla solidarietà. Serve a poco citare La Pira restando alle gesta di 50 anni fa. Chi vuole prendere sul serio il suo impegno profetico deve ripartire da luoghi come il porto di Genova.

Infine una terza finestra in questo discernimento che parte dalla vita. Nel 2021 abbiamo lanciato assieme ad altri un appello alle associazioni e movimenti cattolici per prendere sul serio per l’Italia l’appello del papa ad aderire al trattato Onu del 2017 che mette al bando le armi nucleari. Come chiede la campagna “Italia ripensaci” promossa da Rete pace e disarmo.

Non un vano documento formale che si firma con la convinzione della sua irrealizzabilità considerando la collocazione internazionale del nostro Paese in un’alleanza militare che fa della deterrenza nucleare un punto invalicabile. La questione è molto più profonda. Si tratta di interrogarci profondamente sullo scenario apocalittico di scomparsa dell’umanità che Francesco ci invita a prendere sul serio. Alla radice, come aveva messo in evidenza con grande lucidità Thomas Merton, c’è il fatto che la bomba è diventata di fatto il nostro idolo, la fonte della nostra salvezza al posto di Dio. In verità è un demone falso e tragicamente fallibile come dimostra il fatto che la diffusione di tali ordigni di morte è così diffusa senza controllo che la federazione degli scienziati americani ci avvertono che siamo a pochi minuti dalla mezzanotte nucleare.

Eravamo giunti a promuovere un incontro sul tema molto partecipato da diverse realtà a livello nazionale il 26 febbraio, ma questo appuntamento è venuto a cadere a due giorni dalla data che segna un cambiamento d’epoca con il ritorno della guerra in Europa, tra nazioni di tradizioni cristiane, senza intravedere una via d’uscita e con la prospettiva esplicitata dell’uso dell’arma nucleare in grado di innescare la scintilla dell’autodistruzione.

Come aveva visto, con lucida premonizione, Alex Langer, senza una capacità di proporre alterative credibili saremo travolti dalla logica implacabile della guerra giusta invocata da ogni parte in causa.

Ed è questo il dilemma e lo smarrimento che ci troviamo a vivere anche dentro la Chiesa davanti ad uno scenario che può evolvere in ogni momento. Credo che per un discernimento comune bisogna partire umilmente da questa condizione che ci interpella profondamente e ci fa sentire vicini coloro che oltre 100 anni fa si son trovati a risvegliarsi come sonnambuli precipitati nella prima guerra mondiale.

Per questo motivo sosteniamo l’iniziativa di Stopthewarnow che si è recata più volte in Ucraina e la prossima manifestazione del 5 novembre a favore del cessate il fuoco e l’apertura di un negoziato di pace.

Concludo perciò con questa citazione dell’autobiografia di Igino Giordani, cofondatore del Movimento dei Focolari, scritta al temine della sua vita raccontando l’esperienza dei suoi 20 anni vista da chi poi è diventato un forte oppositore della dittatura, padre costituente e promotore della prima proposta di legge sull’obiezione di coscienza in Italia già nel 1949.

«Avendo trovato un posto in un Ministero, mi accinsi a menare una vita tranquilla. Difatti, pochi mesi appresso (1915) scoppiò la Prima Guerra mondiale. I nazionalisti, i lettori di D’Annunzio, gl’intossicati della letteratura antiaustriaca ci videro l’occasione per rinnovellare l’impero di Cesare Augusto, cogliere allori con rime e sopra tutto trovare un posto in carriere senza fatiche. Ed esplosero comizi guerrafondai in piazza, ai quali io andavo per protestare contro la guerra; tanto che una volta un personaggio da me stimato, ascoltando le mie grida mi ammonì: – Ma lei vuol farsi ammazzare!

Già: io non capivo come si potesse generare alla vita un giovane, farlo consumare negli studi e nei sacrifici, al fine di maturarlo per una operazione, in cui lui avrebbe dovuto uccidere gente a lui estranea, sconosciuta, innocente, ed egli a sua volta avrebbe dovuto farsi uccidere da gente alla quale non aveva fatto alcun male. Vedevo l’assurdità, la stupidità, e sopra tutto il peccato della guerra: peccato reso più acuto dai pretesti con cui la guerra si cercava e dalla futilità con cui si decideva.

Il Vangelo, meditato già abbastanza, m’insegnava, come dovere inseparabile, di far del bene, non di uccidere; di perdonare, non di vendicarmi. E l’uso della ragione mi dava quasi la misura dell’assurdità d’una operazione, la quale as­segnava i frutti della vittoria non a chi aveva ragione, ma a chi aveva cannoni; non alla giustizia, ma alla violenza […].

Nel «maggio radioso» 1915, fui chiamato alle armi. […] Quante trombe, quanti discorsi, quante bandiere! Tutta roba che infittiva dentro il mio spirito la repugnanza per quegli scontri, con governi che, incaricati del bene pubblico, attuavano il loro compito ammazzando figli del popolo, a centinaia di migliaia, e distruggendo e lasciando distruggere i beni della nazione: il bene pubblico. Ma quanto tutto ciò mi apparve cretino! E soffrivo per milioni di creature, alle quali si soleva per forza far credere nella santità di quegli omicidi, santità attestata anche da ecclesiastici che benedicevano cannoni destinati a offendere Dio nel capolavoro della creazione, a uccidere Dio in effige, a realizzare il fratricidio in persona di fratelli, per di più battezzati.

Quale recluta fui mandato a Modena, dove c’era una specie di università per la formazione di guerrieri e duci. Venendo da Virgilio e Dante, lo studio di certi manuali, dove s’insegnava a ingannare il nemico per giungere ad ammazzarlo, mi fece tale effetto che, con una imprudenza non superabile, scrissi su uno di essi: – Qui s’impara la scienza dell’imbecillità –. Ben altro concetto avevo io dell’amor di patria. Lo concepivo infatti come amore; e amore vuol dire servizio, ricerca del bene, aumento del benessere, per la produzione di una convivenza più felice: per la crescita e non per lo stroncamento, della vita».

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