IDEE / “Una nuova prospettiva per le donne, nella società e nella Chiesa”

Riportiamo l’intervento del sociologo Enrico Finzi all’ultimo incontro Reti della carità, che si è tenuto lo scorso 7 giugno, dal titolo: “Una nuova prospettiva per le donne, nella società e nella Chiesa


Parlerò di un aspetto interessante della sociologia nella speranza che ci possa essere di aiuto: la distinzione tra potere e influenza.

Se prendiamo la classica definizione di uno dei maggiori sociologi della storia, Max Weber, leggiamo che il potere: “è la possibilità che un individuo, agendo nell’ambito di una relazione sociale, faccia valere la propria volontà anche di fronte a una opposizione”. Il che vuol dire che il potere è la possibilità di imporre delle decisioni obbligate.

Il potere è sempre prescrittivo, stabilisce delle regole; è coattivo, ti obbliga a seguire queste regole; è controllante, punitivo, sanzionatorio, cioè se non rispetti il comando che ti è stato chiesto di eseguire paghi dazio. Cosa che può andare da una multa alla deplorazione sociale, fino alla perdita della vita. E il potere è autoritario, non in un senso necessariamente fascistoide, ma è quello di una autorità che ha il diritto di imporsi, il potere di imporsi.

L’influenza invece è molto diversa perché mira a determinare atteggiamenti e comportamenti tramite il coinvolgimento, la convinzione, l’orientamento non autoritario. Insomma, il potere è duro e potenzialmente violento perché non si esclude che usi la violenza mentre l’influenza – per dirla in inglese – è soft: è morbida, è basata sulla complicità, una complicità o spontanea o attivata.

È fuori di discussione, credo sia sotto gli occhi di tutti, e comunque la storia e la sociologia lo dimostrano, che per millenni il potere è stato maschile mentre l’influenza è stata femminile. C’è stata una polarizzazione plurimillenaria tra guerra e seduzione: tra approccio diretto, visibile, gerarchico del potere e un approccio accoglitivo, indiretto, spesso quasi invisibile, orizzontale dell’influenza, la quale non si articola in scale crescenti di potere.

Questa alternativa tuttora esiste ed è anche confermata dalla crescente conquista del potere da parte delle donne alle quali è stato richiesto, per affermarsi, di omologarsi al modello maschile. Quello che sto cercando di dire è che non è che il fatto che le donne abbiano più potere modifichi il modello sociale. Il modello resta maschile, verticale, autoritario, sanzionatorio.

All’opposto ci sono delle realtà comunitarie, orizzontali, non verticali, dialogiche, spesso autogestite, con ruoli che sono più fluidi, ruoli di servizio. Un esempio sono proprio le Reti della carità dove non c’è un potere, non c’è una gerarchia di ruoli, non c’è chi sta in alto o in basso, ma c’è una sostanziale orizzontalità basata sullo scambio.

Qui, sperando di non offendere nessuno, vi ricordo che le tre grandi religioni monoteistiche, le tre religioni abramitiche, sono state religioni in cui la dimensione del potere è molto forte. Intanto nelle tre religioni abramitiche, o almeno nella cultura che si è diffusa per millenni, Dio è uomo, Dio è padre, Gesù è figlio. E Dio esercita il suo potere, che è un potere totale sul mondo e sugli uomini. Se rinuncia all’esercizio di tale potere, per esempio ritraendosi per favorire il libero arbitrio, lo fa per sua autonoma decisione.

Nella cultura cristiana, la Madonna è madre di Dio e si ricorre alla Madonna affinché eserciti la sua influenza benevola sul figlio, cosa per altro che si reputa attribuibile a molti santi. Un’influenza e non un potere gerarchico, un’influenza mediatrice e intercedente. L’intercessione del santo, l’intercessione della Madonna, la mediazione. Nella storia dell’arte c’è un’opera sublime che sintetizza tutto questo. La si vede nella Basilica dei frati, a Venezia. Un’opera straordinaria del Tiziano, che è divisa in tre fasce. Alla base c’è un’umanità dolente che implora, sofferente, misera; in alto, nella fascia alta in mezzo agli angeli, c’è la rappresentazione di Dio. E a metà strada c’è, dando il nome al quadro, l’Assunta. Quindi l’Assunta in cielo, la madre di Dio che da sola si colloca a metà e proprio questo fa: trasmette il dolore, le implorazioni, le richieste degli uomini mediando e intercedendo, alzando la mano e il dito, fino quasi a raggiungere il Signore.

Allora, a mio modo di vedere, le società si stanno evolvendo anche se con le solite eccezioni, contraddizioni e ritardi, verso un modello più femminile, più materno, più orizzontale e meno gerarchico, fondato sul confronto tra esperienze e influenze.

Io sono convinto, opinione del tutto discutibile, che questa sarà anche l’evoluzione delle religioni abramitiche. E questo credo che si veda: è già emerso all’interno della Chiesa cristiana con un approccio che tende a diventare progressivamente meno di potere, più dolce, più basato sull’influenza. Ho la profonda convinzione che lo sviluppo della sinodalità si muova in questa direzione, che è meno di esercizio verticale e gerarchico del potere, di un potere solo maschile.

Avrete notato che in tutte e tre le religioni abramitiche il rapporto con il Signore, seppure in modi diversi, è demandato ai maschi. Anche se nel primo millennio della religione cristiana non è stato così, ma ormai la tradizione si è consolidata. Anche se la religione ebraica è matrilineare, cioè si è ebrei perché nati da madre ebrea e non per la scelta battesimale; le donne hanno un ruolo certamente importante, ma devono sedere staccate, di solito più in alto nel matroneo; inoltre, salvo che per gli ebrei cosiddetti riformati, esse non possono diventare rabbini. L’Islam, senza nessuna ostilità pregiudiziale, è certamente la religione più impregnata di maschilismo assai autoritario anche se ci sono delle voci che si muovono nel senso dell’evoluzione.

Allora la mia tesi è che – con diverse difficoltà, credo maggiori per l’islam, medie per l’ebraismo, e singolarmente più basse per il cristianesimo – stiamo andando verso una cultura in cui la maschilità, la paternità di Dio, assumerà un significato più simbolico. D’altra parte Papa Luciani, nel suo breve ma non dimenticato pontificato, parlò una volta di “Dio è donna”, così come ci sono correnti dell’ebraismo che colpivano il mito di Lilith.

In definitiva, dopo millenni c’è stata una evoluzione nella struttura e nella cultura del potere, che – lo ripeto – è maschile, gerarchico, impositivo. Un potere non dissimile da quello tradizionale degli eserciti. Pensate, infatti, alla strutturazione verticale dell’organizzazione della Chiesa cattolica in particolare: una piramide con il pontefice nella cuspide, poi i cardinali, poi i vescovi, poi giù giù fino ai singoli preti e al popolo di Dio, comunque esterno al corpo del clero tanto che nel Concilio Vaticano II si è a lungo discusso della relazione tra i sacerdoti di ogni livello e il cosiddetto popolo di Dio. Dunque c’è stata una evoluzione, secondo molte teologhe insufficiente da questo punto di vista, ma non essendo io appartenente al cristianesimo non sta a me esprimere dei giudizi.

Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, ha rilasciato nei giorni scorsi una bella intervista al Corriere della sera in cui ha fatto emergere un sentimento parzialmente polemico nei confronti della chiusura nel potere che lei giustifica – il potere – esclusivamente come servizio, per esempio alla comunità dei fedeli. Addirittura ci sono tesi che reputano il clero sotto-ordinato rispetto al popolo di Dio, dunque al servizio del popolo di Dio.

Qual è la conclusione che forse può essere interessante? Il mio è stato un approccio sociologico, che forse – contrariamente a quello che molte donne anche importanti pensano – il problema delle donne nella Chiesa non è quello di omologarsi ai maschi ponendo alla fin fine la questione del sacerdozio femminile rifacendosi alla tradizione dei primi secoli del cristianesimo. Forse la questione può non essere quella del sacerdozio femminile, ma può essere quella del contributo a una estensione generale della società e anche della Chiesa (vale anche per l’ebraismo e per l’Islam) di una cultura orizzontale basato sulla influenza, sul dialogo, sulla sinodalità, sullo scambio, sul convincimento e non sull’imposizione. Perché chi è influente convince, porta con sé, anche seduce (in senso non sessuale), affascina e non si riferisce a pratiche di tipo militare, gerarchico, autoritario, con la sanzione e la cacciata per eresia.

Forse la prospettiva è un po’ diversa da quella che leggo di consueto. Da esterno simpatetico quale sono, essendo non credente di origine ebraica, forse la prospettiva non è di erodere potere maschile dentro la Chiesa, ma di femminilizzare in misura maggiore la Chiesa e la società. Femminilizzare non c’entra niente con l’orientamento omosessuale o cose di questo genere. Femminilizzare – in questa mia cultura sociologica – vuol dire introdurre nella società elementi di cultura protettiva, caritatevole, solidale e materna a scapito della cultura maschile tradizionalmente più violenta. Vuol dire che c’è una dimensione femminile, anche se depressa, all’interno di noi maschi e che forse una società più equilibrata, che valorizzi di più le donne è una società in cui anche noi maschi potremmo e dovremmo trovare delle dimensioni, che non sono quelle dei rapporti autoritari e di potere.

Dunque si va verso una società dell’influenza e dello scambio paritetico. Non un abbandono, ma una diminuzione del peso del potere. Una trasformazione progressiva – ce ne erano già più che dei germi nel Concilio Vaticano II – degli episcopi in dei sacerdoti, in fornitori di servizio non autoritario, ma di testimonianza, che potrebbe anche restare ai maschi dando un maggiore peso alla donna nella Chiesa e nella società tramite lo sviluppo della cultura orizzontale dell’influenza, a scapito di quella verticale del potere.

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