IDEE / “Ora riaprite le Rsa non lasciate gli anziani morire di solitudine” – Un’intervista a Repubblica di don Colmegna

La Repubblica, 27 aprile 2021

L’intervista a don Virginio Colmegna
“Ora riaprite le Rsa non lasciate gli anziani morire di solitudine”
di Zita Dazzi

«Don Virginio, mi sento sola. Nessuno si ricorda di me, non vedo più un’anima da mesi. Non so più nemmeno io da quanto. Possiamo dire assieme l’Avemaria? Mi dai la benedizione? Si può fare anche al telefono? Qui non viene a trovarmi un parente. Neanche il prete può entrare in casa di riposo. Sono prigioniera, sono come in carcere». Don Virginio Colmegna sente tutti i giorni la sua vecchia amica Santina, 84 primavere sulle spalle. Lui, arrivato a 75 anni, dopo aver fatto dello “stare in mezzo” l’ispirazione di una vita, ascolta con un peso sul cuore la tristezza della sua Santina.

Don Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano, che cosa dice alla Santina, quando le parla?
«Cerco di tranquillizzarla, le dico di avere fiducia, che stiamo lottando perché si possa tornare a visitare chi vive nelle Rsa. Ma soffro per lei e per quelli che sono meno fortunati di lei, perché non sanno nemmeno usare il cellulare. La Santina la conosco da tanti anni, era una delle donne di Sesto San Giovanni, alle quali sono legato da una vita. È forte, ma in queste condizioni di solitudine e di abbandono quanto può resistere un anziano prima di lasciarsi andare?».

Ne conosce altri di pensionati chiusi nelle case di riposo?
«Noi della Casa della Carità, con l’associazione degli Amici, ne seguiamo centinaia qui in quartiere, a Crescenzago. Abbiamo comprato i tablet, li abbiamo distribuiti, nelle Rsa e nelle case popolari, perché resti una forma di relazione almeno virtuale, per chi è in grado di collegarsi. Io lo so, lo immagino cosa stanno passando, come si sentono soli, le relazioni spezzate, il silenzio attorno, mai un abbraccio, mai un volto noto. Questo è un pezzo di umanità che chiede ascolto. Ho tanti segnali, tante storie che stiamo raccogliendo. I nostri anziani si sentono come dei condannati non alla morte, ma all’oblio, all’assenza di relazioni e di prossimità».

Che cosa le dicono quelli che state seguendo?
«Hanno paura, sono rassegnati. Hanno vissuto il dramma dell’isolamento per mesi, l’idea di morire, di essere infettati. Quelli che sono scampati alla strage del Covid nelle case di riposo adesso vivono in compagnia della loro solitudine. Stanno perdendo la capacità di relazione».

Come si può uscire da questa tragedia?
«Bisogna consentire le visite ai parenti, in sicurezza, come prevedono i protocolli e la circolare del ministero, che ancora le Regioni non stanno attuando. La società si misura dalla sua capacità di ricucire le relazioni, di vedere gli anziani come una risorsa, non come un peso. Anche quelli che non sono autosufficienti e hanno bisogno di una cura competente nelle strutture socio sanitarie».

Ci sono resistenze per la questione dei contagi.
«Oggi gli ospiti delle Rsa sono vaccinati, così anche gli operatori. Bisogna autorizzare le visite dei parenti facendo i controlli, i tamponi all’ingresso. Ci sono protocolli precisi da seguire, ma si può, si deve fare, È la sfida che ci provoca, non è una poesia retorica. L’avanzamento della società si misura dalla sua capacità di mettere al centro la persona».

Prima, dicono, viene la salute.
«La relazione umana è fondamentale. Salute vuol dire anche stare assieme, altrimenti i nostri anziani diventano reclusi e si accelera l’abbandono».

I direttori delle strutture hanno paura di assumersi la responsabilità di far entrare chi non è vaccinato.
«Il richiamo ai vaccini è importante, ma ci si è accorti del tema della prevenzione un po’ tardi, dopo aver visto esplodere proprio nelle Rsa il dramma della prima ondata. Adesso bisogna rimettere gli anziani al centro, sentirli parte della comunità. Non solo inumarli vivi in luoghi appartati e separati. Loro domandano di non essere tagliati fuori dalla dimensione dell’affetto».

Molti sono parcheggiati da anni in queste strutture. Il Covid è solo l’ultima delle sciagure.
«Dove c’è rottura di reti sociali, dove la cura non può essere vissuta in famiglia, occorre fare un investimento eticamente ricco, decisamente capace di dare senso: penso alle “case di comunità” previste nel recovery fund. Una buona idea per lasciare gli anziani, portatori di una solidarietà forte, sul territorio arricchendo la rete di relazione e di cura. Sono una risorsa, non un peso per la città».

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