IDEE / Una riflessione di suor Stefania Monti su “Clausura e lockdown”

Suor Stefania Monti fa parte del Monastero delle Cappuccine di Fiera di Primiero, realtà vicina a Reti della carità.

Pubblichiamo questa sua riflessione su “Clausura e lockdown” in risposta a una sollecitazione giunta sotto forma di lettera.

Cara Stefania, quel “boia” di coronavirus e tutto quello che ci va dietro ci hanno costretto a una clausura che presumo lunga, a cui fatichiamo ad abituarci. Mordiamo il freno e scalpitiamo: qualcuno prega, altri cantano e c’è chi, nonostante la gravità del momento, cerca di fare il furbo. La clausura per te è stata una scelta, ma immagino che pure tu abbia incontrato qualche difficoltà nel cambiare il tuo stile di vita. In base alla tua esperienza forse puoi darci qualche consiglio. 

Mario

Caro Mario, il problema ha diverse sfaccettature, perché ci sono aspetti della clausura a cui magari si era già persino abituati e altri a cui non ci si abitua mai, ma si può trovare un compromesso onesto e onorevole.

Passiamo al dettaglio.

Quando sono entrata in monastero avevo alle spalle lunghe ore di silenzio in biblioteche varie (non ti so dire quante ore al giorno lavorassi per una banale tesi di laurea, certamente parecchie) che non mi pesavano affatto, anzi mi piacevano molto.

In certo modo, così mi sono fatta le ossa.

Non con questo che disprezzassi la compagnia, anzi – voglio solo dire che stare ferma in un posto e in silenzio non mi pesa.

Però avevo anche una compagnia di amici abbastanza scelti, per la verità, con cui condividevo alcune passioni: la musica, il teatro, il cinema e l’arte, senza disprezzare ogni tanto una partita a tennis. Non ringrazierò mai abbastanza, per esempio, il compagno d’università che mi ha iniziato alle bellezze dell’opera lirica.

Con questi amici condividevo la frequentazione dei concerti e delle mostre – e questo è un aspetto della vita che mi manca. Grazie a Dio però, adesso c’è il computer che rende possibili molte cose. Proprio stamattina ho rivisto le Stanze di Raffaello nei Musei vaticani senza fare la coda per entrare, e si può vedere anche la mostra alle Scuderie del Quirinale.

L’importante, in queste cose, è saper scegliere ed evitare la dispersione. Perché – e questo è molto importante – la vera clausura comincia dalla testa, si chiama claustrum cogitationis e se uno la coltiva sta bene dappertutto. Io capisco i disagi di chi non può uscire, di chi è abituato a correre per strada e, soprattutto, dei bambini, ma, bambini a parte, un adulto dovrebbe avere abbastanza vita interiore da saper convivere con la solitudine e una temporanea (e necessaria) clausura. Invito ad andare a cercare sul web i cinque consigli di Natan Sharansky o quelli di un detenuto pubblicati su Repubblica il 30 marzo. I due, tra il resto, benché diversissimi, concordano in alcune cose.

Sharansky è stato in prigione e poi in gulag nove anni, in isolamento. Aveva ventinove anni quando è entrato ed è uscito per uno scambio di prigionieri e grazie all’attivismo di sua moglie Avital. Quindi non a fine pena. Natan dice che si deve:

1.Sempre ricordare perché si è in prigione

2.Pensare che non smette presto, perciò non fare sogni e progetti che non puoi controllare

3.Continuare a coltivare un hobby (lui giocava a scacchi mentalmente, senza scacchiera e contro sé stesso)

4.Mantenere il senso dell’umorismo (prendeva in giro i carcerieri)

5.Pensare che non si è soli, ma parte di un popolo (la parola magica in ebraico è yàchad, che vuol dire “insieme”)

Mi pare che siano criteri molto buoni anche per noi, in particolare il primo. Anch’io ho accettato le restrizioni della clausura a causa della sua e della mia motivazione. Ho anche caldeggiato una revisione della legislazione, perché se un “segno” non è comprensibile e significativo, vuol dire che qualcosa non va e bisogna renderlo più comprensibile. Il fatto che ancora qualcuno ci chiami “sepolte (o “murate”) vive”, per esempio, vuol dire che proprio non si capisce chi siamo. Non siamo l’ultimo atto dell’Aida, per intenderci (“la fatal porta sopra me si chiuse…”).

In ogni caso le difficoltà d’adattamento ci sono e riguardano soprattutto la convivenza sempre con le stesse persone che non scegli, a differenza degli amici. Dopo un po’, ne conosci anche i sospiri, ma a volte non riesci a comunicare con loro. Il che, se vuoi, è anche giusto, perché esiste una sfera peculiare e propria di ciascuno di noi che è incomunicabile.

Il punto 1. di Sharansky è comunque il più importante, anche nell’attuale situazione. Bisogna avere motivazioni forti e non solo per salvare la pelle a causa del virus. Natan non era un rubagalline, esigeva che gli fossero riconosciuti dei giusti diritti.

Alla fine, se ci pensi bene, dal 1945 in poi non abbiamo conosciuto guai, terrorismo a parte, sulla nostra pelle e specie negli ultimi tre decenni siamo diventati simili al paese dei balocchi di pinocchiana memoria. Ma arriva la mattina in cui ti svegli ciuco o quella in cui ti sparano addosso o c’è il virus…e ci vanno di mezzo o i deboli o gli eroi.

L’unica difesa adesso è stare in casa: ce lo dicono in tutte le salse e il motivo per farlo è più che valido e serio. Chi cinicamente diceva: sono giovane, sano e intelligente (!) andando a zonzo o a sbevazzare in giro, adesso scopre che non basta essere giovani e sani. Purtroppo.

Avendo noi perso il senso del tragico dopo tanti anni di pace – le guerre c’erano, ma erano là, chissà dove – e avendo perso anche idealità e obbiettivi alti, adesso tutto è molto difficile e secondo me anche ripartire non sarà indolore.

Non sono sicura che da questa prova usciremo migliori, come qualcuno dice. Uscirà migliore chi è già almeno un po’ buono, altrimenti non ci sarà riscatto, vinceranno i profittatori e i rubagalline già menzionati.

Se proprio devo dare un poco utile consiglio, direi: coltivate una vita interiore, di riflessione, nutrita di buone letture, e, per chi ci crede, di preghiera. Avrai visto il papa in quella sera romana inondata di pioggia e certamente ti sei commosso: era un buon motivo per stare in casa davanti al televisore e poi riflettere.

Soprattutto smettiamo di lamentarci per cose che, con un po’ di saggezza, possono persino farci crescere.

Sr. Stefania Monti

 

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