IDEE / “Crux? Lux!”: una riflessione da Caritas Grosseto su come vivere la fede e la liturgia al tempo del distanziamento sociale

Pubblichiamo una riflessione giunta da un ente membro di Reti della carità, Caritas Grosseto, firmata da Marcello Campomori. È una disamina su come un cristiano possa continuare a vivere la propria fede nonostante l’impossibilità di partecipare a riti e liturgie a causa del distanziamento sociale imposto dalla pandemia.

Crux? Lux!

Quanto incide la presenza di Dio nel mio e nostro presente? Armato di questa sola domanda scavo dentro di me e mi pongo  questo interrogativo personalmente, accorgendomi che la situazione mi spinge nelle sole braccia della fede come unico porto sicuro, ma la fede richiesta è nuda, vertiginosa, austera. Mi faccio questa domanda insieme alla Chiesa, famiglia variegata, malata e redenta insieme, e cerco la  luce, perché sento il bisogno di camminare alla presenza  salvante del Signore Gesù.

Lo spazio ristretto della mia casa non mi impedisce di coltivare la comunione, con i pochi e inauditi mezzi che la tecnologia ci offre. Ma c’ è un tesoro al quale attingo in questo tempo di incontri sacrificati, di minime ed enormi distanze che la contingenza ci impone. È il tesoro della Chiesa e dell’umanità, della presenza di persone che in me vivono ora meno sfuocate, ripulite dal perdono di Dio e chiare, parlanti. Spesso affiorano le frasi, i sorrisi, i volti di coloro che sono in emergenza continua da anni, che ho sempre conosciuto nella fragilità di un’esistenza scommessa ogni giorno sull’altare della Provvidenza. Sono i fratelli e le sorelle che il buon Dio mi ha fatto incrociare nelle periferie delle città, là dove viene celebrata un’incessante liturgia eucaristica, quella del rendimento di grazie. Tutti noi che abbiamo avvicinato quelle mani dal colore cambiato dalla nicotina, quelle unghie lunghe di cui nessuno si poteva prendere cura, quei volti che non ammettono menzogna, ora siamo qui a ringraziare il Signore buon maestro che ha tentato in ogni modo di allontanarci  dalla nostra autosufficienza, di fronte a Dio la bestemmia peggiore.

Un mio amico prete, don Giorgio Mazzanti, più o meno trenta anni fa mi disse: “Sogno una Chiesa senza chiese”. Lì per lì non capii, ma poi questa frase, da quel giorno, ha dispiegato tutta la sua profezia e oggi è diventata una necessità. Siamo di fatto senza gli edifici di culto, ma siamo chiamati ad un esame di maturità, vivere da comunità di credenti convocati dallo Spirito che ci chiama ad  “offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”(Rm 12,1). Qualche tempo fa uno slogan di pastorale liturgica diceva “dall’altare al fratello” per esprimere il bisogno di tenere insieme liturgia e prassi; oggi ci sono solo il fratello e la sorella come spazio sacro, cioè riservato a Dio, per celebrare la Santa Eucarestia, il rendimento di grazie.

E sono aumentati di colpo i ministri, i servi ordinati a questo culto feriale, domestico, cittadino, pronti a dare pienezza al loro sacerdozio battesimale che la chiesa tramette come lo ha ricevuto. Questo culto ci porta dentro all’essenza della chiesa che davvero non ha bisogno di chiese, ma di una nuova consapevolezza, di un approfondimento del suo mistero. Se rimaniamo fedeli alla croce salvatrice di Gesù, questo potrebbe essere il frutto più bello seminato in questo tempo di paura, di incertezza, di  crepe che incrinano la nostra fede, ultimo ma imprescindibile luogo dove celebrare la nostra speranza.

Diventa quanto mai importante contare sulla rete di relazioni che la storia personale di ciascuno sta portando in dote attraverso la condivisione. La Parola che discende alla mia portata attraverso le vostre parole ha la fragranza del conforto, la potenza dello stupore, la dolcezza della pace. Sperimentiamo il tratto esigente e allo stesso tempo liberante della Parola e come le nostre parole trasmettano la vita quanto più la nostra vita è figlia della Parola di Dio.

Quando tutto sarà passato (in questa forma) non saranno ricordate le messe in streaming, ma quante volte, sinceramente, ci siamo chinati su Gesù povero nei poveri, Gesù malato nei malati. Sarà glorificato il tempo donato nel nascondimento, nella letizia, nella gioia dei folli salvati dalla croce di Cristo. Una chiesa che in coro col salmo di David chiede di “Rendimi la gioia di essere salvata”.

Siamo in un tempo doloroso, in cui chiediamo col papa, il dono delle lacrime per “muoverci a compassione”, spinti nient’altro che dalla passione per il Vangelo. Chiediamo, come figli del Padre, il dono della pazienza, quell’arte di patire senza che mai  venga meno il motivo del significato, del senso della nostra offerta. Vivere il dolore con sapienza offre il dono pregiato della letizia che fa, dell’ospedale da campo, non solo il luogo della cura della salute, ma un anticipo della salvezza.

Prendere coscienza della nostra finitezza può liberarci dall’ossessione dell’efficienza e donarci il gusto di chiamare la morte sorella come san Francesco. Sorella come compagna saggia della nostra esistenza, memoria della nostra destinazione e non volto che paralizza la speranza. I Frati Cappuccini sopra al loro letto avevano riportata questa iscrizione: “Tamquam sepulcrum”, che non era una frase per terrorizzare il frate, ma un aiuto a coltivare il rendimento di grazie per la giornata trascorsa. Il riposo, simbolo della morte, doveva avvenire in comunione con Dio per pronunciare al mattino quelle parole che molti conoscono: Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode!

Siamo spinti dunque, in questo scampolo di Quaresima, a tenere la giusta distanza tra il Creatore e noi sue creature e ad assumere le nostre e altrui fragilità come l’oggetto dell’amore di Dio. Vogliamo essere una Chiesa alleata dell’umanità, che prende coscienza del suo compito, di essere testimone della resurrezione del Signore Gesù. Siamo dentro alla storia della salvezza, già conquistata dalla liberazione pasquale, siamo dentro ad una grande Pasqua ancorché in sosta nell’orto degli ulivi.

Vorremmo pronunciare con santa Teresa del bambino Gesù: “Tutto è grazia”. Questa espressione è il braccio teso da Dio all’umanità che soffre dolori mai sofferti, che ci smarriscono e che confondono la nostra esile fede. “Tutto è grazia” non è il macigno sul dolore innocente, ma ne costituisce la salvezza, la redenzione. Con questo spirito di totale gratuità consegniamoci come chiesa nelle mani del Salvatore e offriamo la lode del servizio quotidiano.

Nel Padre Nostro, Padre di tutti.

 

 

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