IDEE / Giornata mondiale dei poveri: una riflessione di don Colmegna

In occasione della Giornata mondiale dei poveri, indetta da Papa Francesco per lo scorso 19 novembre, ecco una riflessione di don Virginio Colmegna.

I poveri, i poveri…è un richiamo insistente, una passione e un’attenzione che raggiungono, riscaldano i cuori anche quello della Chiesa, dove si celebra l’Eucarestia, sacramento di comunione con il corpo di Cristo, con la sua passione e annuncio di Resurrezione. Per questo dobbiamo metterci in ascolto e allontanare la tentazione dell’utilizzo dei poveri per il nostro essere Chiesa; i poveri ci mettono in uscita, ci pongono in movimento, perché non sono “ nostri “, ma ci inquietano, ci interrogano, ci educano all’ascolto. Ecco perché i poveri fanno o debbono far parlare il povero che è in noi, con la sua fragilità, la sua debolezza.

Noi invece continuiamo invece ad esaltarci e a dire sempre, come se fosse un trofeo, quante azioni facciamo per i poveri: non diventano così pietra scartata che si fa testata d’angolo, ma tante pietre che ci fanno illudere che è nostra la casa dove i poveri stanno. Ma la nostra casa attende ancora di essere costruita, giorno per giorno, incontro dopo incontro. Per questo i poveri sono il sacramento dove incontriamo il signore Gesù povero, sconfitto, svuotato della sua onnipotenza. Ecco perché i poveri sono uno scandalo e anche annuncio di futuro, un escaton di pace e fraternità, giustizia, misericordia. E allora non si celebra nella giornata quanto facciamo per i poveri, ma quanta inquietudine ci lasciano; ecco perché “Chiesa in uscita”, Chiesa ospedale da campo, che non è un’organizzazione da protezione civile ma una realtà fragile, che va messa continuamente in cammino, come pellegrini che si fidano che vi è una promessa di cieli nuovi e terra nuova. In questo mondo che viviamo così lacerato, ingiusto, carico di violenze demoniache si può correre il rischio di chiuderci e di cercare di conservare, come nostra proprietà, la buona notizia che il Vangelo è annunciato per i poveri.

Dobbiamo avvertire che solo con il silenzio e con la gratuità- vissute e praticate senza sconti- che si può narrare a tutti la buona notizia del Vangelo, proprio perché non ne siamo proprietari ed è regalata come speranza ai poveri, a quelli che non hanno potere, non per loro meriti, ma perché sono sacramenti che rivelano e ci fanno incontrare Gesù povero. E’ allora la beatitudine della povertà, è il beati i poveri che va cantato in questa nuova liturgia che è estasi di amore. Non si può testimoniare il Vangelo se non si accoglie la mistica del contemplare, del gratuito che si fa passione umana, scoperta gioiosa della misericordia di Dio. Dio non ha un nome proprio, è il samaritano che scende da cavallo e si ferma, ma è anche il malcapitato, ferito e piagato, che segnala un mondo violento, ma che non può distruggere e cancellare il buono e la speranza di un oltre che attendiamo. Ecco a noi è affidato il prenderci cura e vivere così la tenerezza dell’aiuto misericordioso che può essere segno di un’umanità che attende. E in questa locanda ci stiamo in tanti o ci possono stare tutti coloro che si sentono viandanti in ricerca. La Chiesa allora si fa piccolo seme, umanità di poveri che siedono a questa tavola di condivisione, dove si può dire “resta con noi Signore che si fa sera”.

Insomma, allontaniamo la tentazione del possedere, di una Chiesa trionfante che tiene il primato dei poveri; ecco perché la carità eccede, avvolge la giustizia e la svuota di sicurezze false e la fa misericordiosa. I poveri, sacramento e segno perché Gesù, da ricco che era si è fatto povero, si è svuotato di sicurezza; la croce è scandalo, follia e quindi ci chiede di incamminarci e di smontare le troppe certezze, i tempi “fabbricati” di sicurezze. Costruire continuamente ponti non muri sembra una frase dolce e consumata dalla retorica. Ci chiede, invece, di non avere materiali per fare muri e ci lascia pellegrini senza casa. “Le volpi hanno tane ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. I ponti sono le ostinate insistenze per dialogare, per guardarci nel volto. Non possiamo accettare di metterci al seguito di persone sicure, che sanno indicare dove è e come sarà la meta. Diventare, essere poveri significa interrogarci continuamente per far parlare anche il non credente che è in noi, questa povertà di poveri cristi che cercano e dicono ”Dio dove sei?”, scoprendo però che si è sorpresi da questa nuova beatitudine che ci fa anche dire “sorella morte”, che ci fa trattenere lo stupore e la gioia di un padre che ci corre incontro, ci abbraccia e ci fa festa. E’ la festa di chi non pretende, anzi noi siamo come quel figlio che pretendeva di essere riconosciuto e valorizzato per le sue opere.

Oggi viviamo questa tentazione, questo diventare o pretendere di essere Chiesa caritatevole. In questa tentazione vengono consumate tante sicurezze, tante parole che diventano proprie, proprietà, ma i muri si ergono ancora, proprio dentro di noi. Ecco allora che si “istituzionalizza” la povertà e l’aiuto ai poveri, anestetizzando il nostro sentimento e, senza volerlo, si insinua dentro di noi la rassegnazione e l’accettazione del possibile che si fa nostro. Diventiamo incapaci di miracolo, calcolatori del possibile, la follia si allontana da noi. Francesco cambiò quando si fece contaminare dai lebbrosi , quando visse questa amicizia senza regole e aspettative. Ecco perché, camminando da pellegrini, non dobbiamo smettere di essere “folli”, affascinati da un amore che è cuore, che è contemplazione di un Vangelo che non può essere soltanto proclamato. Marta e Maria, operose e silenziose ai piedi di Gesù insieme sono donne che ci insegnano. E’ questa spiritualità che ci riempie il cuore di sentimenti puri e liberanti, ci fa piangere, ci fa sostare affaticati, ci fa chiedere acqua dissetante alla donna samaritana.

Vi è una poesia nascosta che è anche Cantico, cantico di amore che si può ascoltare e cantare anche nella taverna dove si festeggiano nozze di amore (e dove appunto è sorto il Cantico dei cantici )e insieme avvertire il dolore bruciante , il fetore e la puzza di un corpo messo nel sepolcro, con una pietra che vorrebbe richiudere la speranza della vita, affossarla. Ma anche lì si sente, per la forza di un’amicizia, di un legame di affetti “levate la pietra”, “sciogliete le fasce”. E’ Lazzaro che ritorna a vivere per poter poi festeggiare alcuni giorni dopo, in una tavola imbandita che annuncia così quella cena, ultima Cena dove la morte e l’inganno parrebbero decretare la vittoria della morte che però sarà sepolta e sconfitta. E’ da questa vita che vince, che sgorga e rinasce anche su questa terra la possibilità di mantenere la, le profezie di pace e di giustizia, di un regno senza guerre e di una terra amica e custodita. Ma dove sta questa possibilità se non nel vivere e rendere possibile la profezia degli ultimi, dei poveri e annunciatori di futuro? Se la profezia della povertà non può diventare solo un racconto bello, ma è una storia che va raccontata e vissuta giorno dopo giorno, scoperta e non posseduta, ma avvertita come dono e condivisione. Ed è questa vita, questa Chiesa che va vissuta, Chiesa che ha il coraggio della profezia, ascoltata e scoperta nei tanti umili e nei tanti segni che affollano il nostro cammino. Ed allora anche la preghiera, l’invocazione diventa una liturgia orante.

Ecco perché proprio in questa giornata mondiale dei poveri sento il bisogno di interrogarmi sul futuro e su come far vivere questa mia consacrazione e vocazione. La vorrei condividere con chi può e sente che vi è questa urgenza e questa domanda che è quella radicale di Gesù: ”una cosa sola ti manca: lascia tutto e seguimi”. Il giovane ricco si fece triste perché aveva molti beni; forse tocca a noi non diventare tristi perché si hanno molti beni. Ed allora scopriamo la sorpresa della misericordia che è di quella donna che ha molto amato, ha versato in sovrabbondanza il profumo e la proprie lacrime ai piedi di Gesù, scandalizzando Simone che aveva invitato Gesù e non si aspettava questa “intrusione” fuori dalle regole dell’ospitalità e degli inviti a pranzo.
Che la nostra casa si senta di gioire per questo profumo sciupato e fuori regola perché versato da una donna che ha molto amato e a cui è perdonato il peccato. E toccherà anche a noi di metterci in silenzio a disegnare sulla terra impolverata per reagire così con questo silenzio operoso alla violenza giustizionalista di chi voleva lapidare a morte la donna.Che questa donna consegni a noi questo stupore e che noi possiamo coltivare nel cuore questi sentimenti di mitezza e pace.

Don Virginio Colmegna

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