IDEE / Una visita di condoglianze

06/12/2014

Cronaca da Gerusalemme dopo l’attentato palestinese del 18 novembre 2014 alla sinagoga di Agasi street e l’uccisione di quattro persone.

2014_12_06-gerusalemme-toschidi Massimo Toschi

Il sindaco di Betlemme, Vera Baboun, aveva molto insistito perché, insieme alla delegazione della Regione Toscana, andassi a Ramallah a partecipare al convegno di solidarietà della cooperazione europea con la Palestina del 21 e 22 novembre.
Avevo incontrato il sindaco la scorsa estate, durante una mia permanenza a Gerusalemme quando era andato a far visita al padre del giovane palestinese bruciato vivo da fanatici israeliani dopo il sequestro e l’uccisione dei tre ragazzi ebrei che studiavano in una scuola rabbinica verso Hebron. Il padre mi aveva raccontato la bellezza e la dignità del figlio.
In quell’occasione avevo chiesto alla nostra Ambasciata di creare le condizioni per un visita alle famiglie dei tre ragazzi ma, per questioni tecniche, non fu possibile.

Mentre stavo per partire per Gerusalemme, destinazione Ramallah, è arrivata la notizia della strage dei rabbini, compiuta nel sobborgo di Har Nof lungo Agasi street. Per un attimo, con la delegazione della Toscana, abbiamo valutato di non andare. Ma poi abbiamo deciso di partire perchè l’intercessione, lo stare in mezzo che è poi il senso profondo della nostra cooperazione, non poteva essere sospeso e tanto meno rinviato. Più che mai andava confermato e realizzato.

La nostra preoccupazione era che il radicalizzarsi della situazione avrebbe accresciuto gli ostacoli e resi complicati gli spostamenti, fino a renderli impossibili. Nei fatti, niente di tutto questo. Nessun particolare controllo ai chek point. Sia all’arrivo a Gerusalemme sia poi in tutti gli incontri e i viaggi successivi. Nessuna particolare difficoltà.
In questo contesto ho chiesto alla nostra Ambasciata a Tel Aviv se fosse possibile andare a visitare le famiglie dei rabbini uccisi. L’Ambasciata ha mostrato molta attenzione e sensibilità. Mi hanno offerto la possibilità di partecipare alla visita alla sinagoga di una nostra delegazione governativa, ma ho preferito l’incontro con le famiglie, un incontro semplice con le vittime di questa terribile strage.

L’Ambiasciata mi ha messo in contatto con un ebreo italiano che, tra l’altro, aveva vissuto qualche anno a Firenze. Con lui e con suo padre sono andato il pomeriggio del 20 novembre dalle 16 alle 17,30. Siamo arrivati all’inizio di Agasi street, sulla sinistra c’era la sinagoga e diverse persone che stavano lavorando per renderla di nuovo accessibile dopo la devastazione dell’attentato del 18 novembre quando, poco prima delle sette di mattina, quaranta persone che stavano pregando erano state sorprese dalla violenza feroce di due trentenni palestinesi, uno dei quali era uscito dal carcere in cambio della liberazione del soldato israeliano Shalit. Quattro persone sono state uccise a colpi di pistola (oltre quaranta colpi) e a colpi d’accetta. All’arrivo della polizia sono stati uccisi i due palestinesi e un poliziotto.

Non è la prima volta che viene violato un luogo religioso. David Grosmann ha ricordato che nel febbraio del 1994 un fanatico israeliano ha ucciso 28 fedeli mussulmani alla moschea di Hebron, luogo in cui coabitano una moschea e una sinagoga e dove sono custodite le tombe dei patriarchi.

La prima cosa che mi ha sorpreso, arrivando in Agasi street, è l’assenza di qualsiasi tipo di sicurezza visibile: nessun soldato, nessuna guardia, nessun vigile, nessun poliziotto, quanto meno riconoscibile come tale. Eppure erano passate meno di 48 ore dal massacro. Ovviamente, nessuno conosceva nè me nè chi mi accompagnava, ma nessuno mi ha fermato nel mio procedere verso la casa della famiglia del rabbino ucciso a sessant’anni. Un appartamento semplice, modesto, come tanti. Sono entrato nell’ora del tramonto in un palazzone di molti piani. Ho preso l’ascensore, sono salito al quarto piano, sono entrato nell’appartamento dove c’è un po’ di confusione tra ragazzi che entrano ed escono. Arrivo a fare le condoglianze al figlio del rabbino ucciso che, secondo il rito, ha la camicia tagliata segno di lutto e di stretta parentela con l’ucciso.

Il figlio ha 38 anni. Mi presento, dico chi sono, cosa faccio, racconto della mia cooperazione con i palestinesi e soprattutto gli dico perchè sono lì: perchè il suo dolore è il mio dolore, perchè il dolore delle vittime è universale e tocca tutti ed è il dolore del mondo, che tutti sono chiamati a portare.

Il figlio del rabbino si commuove. Quando esco con l’amico ebreo, che mi ha accompagnato e ha fatto da traduttore, una persona ci segue e ci ringrazia in modo non formale. Sono stupiti che una persona nelle mie condizioni di disabile sia venuto a partecipare al loro dolore, abbia rotto il muro del pregiudizio e dell’isolamento.

Io sono rimasto molto colpito dalla compostezza del loro dolore, senza vendetta, senza violenza, senza bisogno di gridare un odio represso. Anche la preghiera, cui ho partecipato subito dopo, andando nel condominio dove abitava un altro rabbino ucciso, avviene secondo questo stile di mitezza. I volti dei ragazzi e degli adulti sono provati ma non cercano nè rappresagli né guerra. Verrebbe da dire che sono volti di consegnati al Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nessuno mi ha chiesto niente, sono stato semplicementre accolto nella loro preghiera, perchè Dio accoglie tutti. Gli occhi di tutti erano segnati da un velo di mitezza e di obbedienza che lasciava sbalorditi.

Il giorno dopo, portando questa preziosissima visita nel cuore, sono andato a Rhamallah al convegno di solidarietà della cooperazione europea alla causa palestinese. Ho ascoltato il presidente dell’Anp, Abu Abbas, dire parole ferme e secondo verità contro l’uccisione dei civili, contro l’uccisione di innocenti e contro la violenza. Allo stesso modo aveva parlato, il giorno prima, il sindaco di Betlemme. Ho pensato che il centro congressi di Rhamallah, dove parlava Abu Abbas, il comune di Betlemme e quegli appartamenti di Agasi street accanto alla sinagoga, erano meno lontano di quanto la retorica e la pigra politica vorrebbero. Le vittime tessono instancabilmente il filo d’oro della pace.

Foto di Mohammad Usaid Abbasi via Flickr (CC)

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