NOTIZIE / Monsignor Galantino alle Reti: «Poveri, incontro che converte»

06/05/2015

Pubblichiamo l’articolo che Avvenire ha dedicato all’incontro alla Casa della carità con il segretario della Cei Monsignor Nunzio Galantino

2015_05_06-galantino-reti

di Lorenzo Rosoli*

«Il Convegno ecclesiale di Firenze può essere autentico se le speranze che si intravedono attraversano la sofferenza e il gemito delle vittime. La Evangelii Gaudium di papa Francesco è popolata da questa speranza ‘crocifissa’ ma gioiosa, radicata nel nostro vivere la storia in cui siamo immersi», si legge nel documento Per una Chiesa povera per i poveri, consegnato ieri dalle «Reti della Carità» al vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei. Firenze 2015 «non vuole essere il luogo di discussioni accademiche», riflette a sua volta Galantino, ma un’esperienza di Chiesa che «aiuta a fissare negli occhi gli umanesimi negati» del nostro tempo, affinché «in Cristo Gesù possano diventare umanesimi riusciti».

Casa della Carità, via Brambilla 10. Estrema periferia nord est di Milano. È nell’auditorium dell’opera segno voluta dal cardinal Martini quale «sguardo sul futuro, luogo dell’eccedenza, della follia della carità che genera nuova cittadinanza», scandisce don Virginio Colmegna, presidente della fondazione, che si svolge il dialogo a tutto campo e a cuore aperto fra Galantino e i rappresentanti delle 37 realtà fra associazioni, fondazioni, onlus, gruppi di assistenza e volontariato che nell’estate del 2013 hanno dato vita alle «Reti della Carità». Un incontro per guardare al Convegno di Firenze. Nella luce del magistero, delle parole, dei gesti di papa Francesco. A partire dal suo richiamo a essere Chiesa delle periferie, Chiesa in uscita, Chiesa «ospedale da campo», Chiesa povera per i poveri, con i poveri, che mai riduce i poveri ad «assistiti», insiste don Colmegna, ma «ha nei poveri i suoi maestri». Chiesa che «non è una ong». Ed è consapevole della «qualità teologica della povertà», incalza il vescovo di Pavia Giovanni Giudici:

«Non basta distribuire pacchi viveri; è l’appartenenza a Cristo dei poveri che va compresa».

Chiesa che con papa Francesco comprende sempre più come «il Vangelo è vero e possibile, è verità che si può realizzare », sottolinea il vescovo di Grosseto Rodolfo Cetoloni, anch’egli all’incontro di Milano.

Nell’auditorium di Casa della Carità si intrecciano riflessioni e testimonianze: da suor Letizia della Fraternità della Visitazione di Pian di Scò (Arezzo), a parlare di «umanesimo al femminile», così spesso negato dalla discriminazione, dallo sfruttamento, dalla violenza contro le donne, a don Giovanni Nicolini da Bologna e don Nandino Capovilla da Mestre; da Massimo Toschi, politico e ‘costruttore di pace’ (ad additare nella penitenza e nella conversione le chiavi del percorso verso Firenze 2015 e chiedere una «Chiesa povera che non porti gli intellettuali e i professionisti della carità, ma chiami i poveri a essere protagonisti »), a Livia Pomodoro, già presidente del Tribunale di Milano, al sociologo Enrico Finzi.

Esperienze preziose, per una Chiesa che vuole scoprire sempre più come la centralità dei poveri «non è un’eccezione, un di più, una nota di colore che va di moda, ma fa parte della missione della Chiesa, ne è la norma», afferma Galantino.

«Provocateci a guardare l’altro negli occhi, aiutateci a costruire insieme una cultura dell’incontro, insegnateci a lasciarci evangelizzare dai poveri», chiede quindi il segretario della Cei ai suoi interlocutori, riprendendo le cinque «vie» della traccia verso il Convegno di Firenze – uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. «Siate segno trasparente» che stando con i poveri «si è persone gioiose e riconciliate», e «portate una luce nuova nel quotidiano, come luogo della presenza dell’amore di Dio».

Nella foto sopra, da destra, Monsignor Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia, don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, e Monsignor Nunzio Galantino, segretario Cei, nell’auditorium della Casa della carità durante l’incontro del 5 maggio 2015.

* Articolo tratto da Avvenire del 6 maggio 2015 – Tutti i diritti riservati

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