IDEE / La stazione di Milano e gli scogli di Ventimiglia: Expo dello scarto

19/06/2015

L’accoglienza dei profughi arrivati sulle coste italiane in fuga dai paesi in guerra in contrapposizione con un’altra accoglienza: quella riservata ai visitatori dell’esposizione universale milanese. Il ruolo dell’Europa e quello dei politici di casa nostra in una pungente analisi sulla questione immigrazione.

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di Massimo Toschi

In un bell’articolo di fondo sul quotidiano “La Stampa”, Mario Calabresi ha dato gli ultimi numeri sulla questione immigrazione: “Lo scorso anno sono arrivati 170 mila migranti, nei primi cinque mesi e mezzo del 2015 sono stati 56mila. Questo significa che gli arrivi sono pari ad uno ogni tremila abitanti del nostro paese. Negli ultimi tre anni in Turchia, nazione con 75 milioni di cittadini, i rifugiati arrivati dalla Siria e dall’Irak sono stati oltre due milioni: uno ogni trentacinque abitanti. Duecentomila sono arrivati in pochi mesi solo dall’area di Kobane, per sfuggire all’offensiva dell’Isis. I turchi per gestire una migrazione di queste proporzioni stanno spendendo sei miliardi di dollari l’anno, a cui la comunità internazionale collabora con solo 400 milioni di euro. In libano si sono rifugiati 2 milioni di siriani, una cifra immensa e spaventosa se si tiene conto che i libanesi sono soltanto quattro milioni. E’ come se da noi si scaricassero trenta milioni di rifugiati”. A questi dati dovremmo aggiungere il milione di libici immigrati in Tunisia a causa della guerra.

I numeri sono impietosi e rivelano la falsità di molti luoghi comuni, in primis la retorica dell’Expo. Abbiamo detto in tutte le salse che attendevamo a Milano venti milioni di visitatori e la sua stazione è andata in tilt per l’arrivo di alcune centinaia di profughi. In larghissima misura di passaggio dalla Siria verso il nord Europa. Il sindaco di Milano chiede, supplica, verrebbe da dire, il governo di non mandare più profughi nella sua città. Nella campagna elettorale del 2011 avevamo ascoltato da lui ben altre parole. E’ lo stesso sindaco che ogni giorno ospita ad Expo decine di migliaia di persone. Una singolare ospitalità a luoghi e a giorni alterni.. Si vuole rassicurare, forse, i cittadini e invece si moltiplicano i segnali di paura e di confusione, con una politica che non previene, ma segue gli eventi in modo grottesco.

Il mare di Ventimiglia sembra ratificare il morire dell’Europa, incapace, per calcoli elettorali e politici, di dare accoglienza a qualche decina di rifugiati, imprigionati dalle interpretazioni e applicazioni spesso strumentali degli accordi di Schengen.

Lo scambio di battute tra ministri francesi e italiani certifica la morte di una grande politica europea piena di visione e di coraggio. Le regioni, con l’eccezione di Liguria, Lombardia e Veneto, che forse pensano di essere stato a se stesse, hanno fatto la loro parte, hanno seguito l’esperienza dei piccoli centri di accoglienza, la cui gestione da mille punti di vista è più efficace, accogliente, con maggiore sicurezza e con maggiore attenzione alle condizioni di salute dei migranti. Le regioni invece devono rivendicare con orgoglio una politica che faccia loro onore. Una politica di accoglienza e di diritti, anche se qualche prefetto ha vagheggiato il sospetto che grandi centri possano risultare pericolosi per l’ordine pubblico e al tempo stesso luoghi facili per interessi grigi, come mafia capitale ha recentemente dimostrato.

Dobbiamo ricordare che la grande maggioranza dei cinquantamila profughi arrivati in Italia nei primi sei mesi dell’anno, non intendono fermarsi in Italia, ma raggiungere altri paesi del nord Europa. Dunque in larga misura si tratta di gestire soltanto un passaggio. Misure non certo impossibili per un paese del G7!

Rivendichiamo di essere un grande paese europeo e ci siamo impantanati con i nostri partner europei e gli Stati Uniti nella crisi libica, che sembra essere senza soluzione, come testimoniano i piani preparati dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite, piani che falliscono sistematicamente. Visti i risultati a dir poco scadenti, varrebbe, quindi, la pena cambiare strategia d’azione e affidare all’Italia la piena responsabilità politica della mediazione, con il sostegno delle Nazioni Unite. Fare presto, prestissimo e fare bene!

Senza la pace in Libia, in Siria e in Irak è molto difficile fermare l’arrivo dei profughi, che in larghissima misura fuggono da situazioni di guerra e di conflitto. Fare la pace è un dovere, il nostro dovere insieme con i grandi paesi del mondo. In questo modo si combatte il terrorismo, che è la variante estrema della guerra. Certi leader politici della “destra de noaltri” parlano di cooperazione in Africa, in Tunisia, in Marocco, in Libia (sic.). Un po’ di pudore da parte di coloro che hanno ridotto quasi a zero i fondi della cooperazione italiana. Un po’ di rispetto verso paesi che vivono un’immane tragedia e hanno il diritto di non essere trascinate in mediocri discussioni di cortile come la Libia, o che stanno vivendo un’importante transizione democratica come la Tunisia.

Il Mediterraneo chiede ed impone una grande politica, ben oltre gli scogli del mare di Ventimiglia e la stazione di Milano. Una politica dell’inclusione non dell’esclusione, dell’incontro e non dello scarto, della cooperazione e non dell’espulsione. Capisco che pur di diventare sindaci di Cologno Monzese si è pronti a fare qualunque cosa, ma il nostro paese deve avere la grande ambizione di una politica di sviluppo economico e di pace, che è l’unico modo di costruire futuro.

I cittadini di Milano come quelli di Ventimiglia che hanno portato cibo e conforto ai profughi hanno mostrato più coraggio e senso della solidarietà dei politici con la felpa. Hanno avuto più visione di quelli che seminano la cultura della paura e pretendono anche di esserne i mietitori.

Il vero Expo dell’Italia non è soltanto e non è tanto quello inaugurato il primo maggio a Milano, ma l’esposizione, in ogni angolo del paese, di quella cultura, richiesta dalla nostra Costituzione, che educa al rispetto di tutti e di ciascuno, che rifiuta la logica dello scarto, che sa parlare di pace. Questo è il vero patrimonio, che mettiamo a disposizione dell’Europa e del Mediterraneo e che il mondo ci riconosce e forse un po’ ci invidia.

Foto: Agi.it

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