IDEE / Ad occhi bassi davanti alla povertà

13/12/2014

Riflessioni sulla “buona” e sulla “cattiva” povertà

2014_12_13-poverta-savagnonedi Giuseppe Savagnone, docente LUMSA, Palermo

A volte si parla troppo a cuor leggero di povertà. Se ne imitano certe forme esteriori, se ne fa la retorica, con le parole e con i gesti, senza una chiara consapevolezza di ciò che essa realmente significa (…). Una celebrazione della povertà troppo a buon mercato resta relegata nel limbo di un certo romanticismo e non si misura veramente con la sofferenza dei poveri (…). Quando si parla degli aspetti positivi della povertà, c’è il rischio di dimenticare che c’è una “cattiva povertà”, in cui l’uomo rimane ferito nella sua stessa umanità.

Ricordo, durante un viaggio d’istruzione a Praga, all’indomani della caduta del regime comunista, il racconto di una signora che ci faceva da guida turistica e che rievocava quegli anni di stenti e di privazioni. Raccontò che una volta, in ragione dei suoi studi di belle arti, era riuscita ad avere il visto per venire in Italia ed era venuta ospite di alcuni amici milanesi. Subito loro le avevano chiesto cosa volesse visitare: il Duomo, la pinacoteca di Brera… «Un supermercato!» aveva risposto lei. «Un supermercato?». I suoi amici erano rimasti perplessi, ma l’avevano accontentata. E lei si era immersa estasiata tra i banconi pieni di oggetti di ogni genere. «Puoi scegliere», le avevano detto loro. «Quando ho sentito queste parole “puoi scegliere” – raccontava la guida – ero scoppiata a piangere».
Bisogna stare attenti a parlare della povertà, se non si è poveri. Si ha il diritto di farlo, ma solo in punta di piedi. Perché la povertà è una cosa terribile.

Il nostro rapporto con gli oggetti è fondamentale per la nostra identità. Quando esso è precluso, l’essere umano rimane sfigurato. La condanna del consumismo non deve farci dimenticare la positività della diffusione dei consumi, che consente alla nostra vita di fiorire in mille direzioni prima precluse alla maggior parte degli esseri umani. Peraltro, neppure il progresso economico può sconfiggere del tutto la “cattiva povertà” perché essa «si presenta sotto infinite sfumature».

Povertà è non avere un tetto che ci ripari, come pure soffocare in un appartamento eccessivamente ristretto. Povertà è il non sapere, il non poter leggere, il non avere cultura. C’è la povertà di chi non ha mai avuto i mezzi per studiare e quella di chi è limitato nei suoi mezzi intellettuali. C’è la povertà del menomato fisico o mentale, quella di chi non vede o non ode, quella di chi da anni è inchiodato in un letto o ridotto su una carrozzella. Povertà è il dover lasciare il proprio paese per guadagnarsi da vivere in un altro, per sfuggire alle persecuzioni o per poter godere delle libertà più elementari. Povertà è il sentirsi solo, dimenticato, non amato, discriminato, emarginato, messo da parte. Povertà è mancare di lavoro, esser disoccupato, non avere di che vivere. C’è poi la povertà dell’anziano che è d’impiccio in famiglia… C’è la povertà del drogato, dell’alcolizzato, della prostituta… E’ pure povertà il non poter esprimere le proprie idee politiche, non poter vivere liberamente la propria fede, non poter lodare pubblicamente Dio (…).
Ci sono povertà collettive, e povertà personali e segrete. Ci sono povertà naturali; altre ereditate che vengono da lontano; altre più terribili provocate dall’avidità di qualcuno (…). C’è l’orribile miseria del peccato, miseria sempre meno avvertita nel mondo e che, tuttavia, è alla radice della maggior parte delle forme di povertà». (Brano tratto da, Povertà religiosa oggi, di M. Salaverri Piemme, Casale Monferrato 1988, p.6).

I confini della povertà
I confini della povertà sono ampi quanto quelli dell’uomo e la varietà delle sue forme tanto grande quanto quella della sua umanità. I quadri del francese Georges Rouault esprimono con tremenda immediatezza, con i loro volti deformi e umiliati di pagliacci, di prostitute e di crocifissi, questa povertà che travolge l’uomo senza neppure concedergli la dignità dell’innocenza. In questo senso, la povertà è un terribile specchio che rimanda a noi tutto intero il nostro volto, anche se reso irriconoscibile. Ed è uno specchio in cui i ricchi – non solo quelli che lo sono economicamente, ma anche tutti gli altri che non mancano di qualcosa – non amano guardarsi. Per quanto riguarda i primi, già con la rivoluzione industriale i poveri furono scacciati dal centro delle città e confinati nelle periferie, nei quartieri dormitorio, nei ghetti. Salvo a essere scacciati anche di là quando, come nel film “Miracolo a Milano”, la speculazione edilizia aveva bisogno di impadronirsi anche di quelli. Ma noi assistiamo oggi anche alla fuga dei sani dallo spettacolo della malattia e della morte, all’indifferenza degli inseriti nei confronti degli emarginati, dei cittadini verso gli stranieri immigrati. È quella che papa Francesco ha chiamato «la cultura dello scarto», che – sia a livello individuale che sociale – chiude gli occhi sulle debolezze e le miserie degli altri per poter procedere senza troppi scrupoli sulla propria strada. Un’ultima osservazione su questa “cattiva povertà”: essa, in quanto la definiamo come “mancanza del necessario”, è un concetto relativo: ai luoghi, ai tempi, alle situazioni personali o comunitarie. Che cosa è “necessario”? Non c’è una misura unica e immutabile. Ma questo significa che la povertà ci insegue anche quando sembrerebbe di averla sconfitta, perché il confine si sposta, fa restare o diventare povere persone che pure hanno ciò che ieri o altrove sarebbe stato in grado di farle qualificare come ricche. «I poveri li avrete sempre con voi» (Mt 26,11).

La buona povertà
C’è però un senso del termine “povertà” che non è contingente e negativo, ma strutturale dell’essere che noi siamo. I poveri li avremo sempre con noi perché la povertà è dentro di noi, è costitutiva della nostra identità umana. Il tema della povertà ci introduce nel mistero dell’uomo e lo illumina dall’interno. In questo senso, proporre una cultura della povertà significa avere il coraggio di fare i conti col senso profondo del nostro essere e della nostra vita (…).

Il volto dell’altro
Solo se ci si percepisce poveri, mancanti di qualcosa che altri hanno, che altri sono, si può entrare davvero in comunicazione con loro. In questa società dove il narcisismo è la malattia che cova e che si manifesta nella esperienza più quotidiana, in questa società dove ognuno nella vita affettiva, nel lavoro, punta in modo autoreferenziale sulla propria realizzazione, povertà significa scoprire, con il filosofo Emmanuel Levinas, che «soltanto andando incontro all’Altro sono presente a me stesso» (…).
L’altro ci spiazza perché è diverso, irriducibile alle nostre aspettative e alle nostre pretese (…). Ciò comporta una potenziale conflittualità che si può risolvere in uno stile di sistematica violenza o ghettizzando le culture “altre”, col rischio però di trovarsele nemiche e rese aggressive da questa emarginazione, oppure colonizzandole fino a eliminare la loro peculiare identità. Nel primo caso la società multiculturale diventa un arcipelago di isolotti non comunicanti, pronti a entrare in collisione l’uno con l’altro e ad esplodere. Nel secondo si perde un’occasione di arricchimento reciproco e si uccide l’anima di altri esseri umani.
Anche sotto questo profilo la povertà significa apertura al diverso in quanto tale, nella consapevolezza che il confine che ci separa da lui non è la grande muraglia difensiva contro chi attenta alla nostra ricchezza, ma il luogo di un appuntamento che può costituire, al contrario, un apporto capace di riempire lacune e incompletezze della nostra visione della realtà e del nostro stile di vita (…).

Per una Chiesa povera
«Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza» (LG n.8). Non si tratta solo di soldi. Una Chiesa povera è una Chiesa libera, che rinunzia a godere ad ogni costo di condizioni favorevoli da parte dei potenti di turno. Come si legge nell’enciclica Gaudium et Spes, «la Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (GS n. 76).
Solo a queste condizioni essa si può presentare come compagna di strada e di destino nei confronti dei poveri, secondo il famoso incipit della Gaudium et Spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS n.1). Come scrive papa Francesco nella Evangelii gaudium, «per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica (…).Questa opzione, insegnava Benedetto XVI, “è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà”.
Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci (…). Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro».

Come aiutare i poveri?
Il povero va aiutato: non a diventare ricco – perché questa sarebbe la sua sventura – ma a vivere da uomo. Oggi i poveri vivono questa suprema povertà: di non avere altro modello che quello consumistico, di non avere altra cultura che quella che gli viene offerta dalla classe dirigente borghese ai cui margini essi strisciano. Bisogna stare attenti a non aiutare il povero a seguire il dinamismo cieco a cui è condannato. Bisogna insegnargli – testimoniandolo in prima persona – che c’è una povertà che non disumanizza, ma arricchisce chi è in grado di viverla in libertà. Ma, per questo bisogna essere poveri anche noi. Solo la “buona povertà” può sconfiggere quella “cattiva”.
Non si tratta, però, soltanto di un atteggiamento interiore. Bisogna mettere mano a cambiare questo sistema sociale ed economico che si rivela ogni giorno di più incompatibile con lo sviluppo degli esseri umani, siano essi ricchi o poveri. Come ha scritto papa Francesco nell’Evangelii gaudium, «la necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi. I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali».
Questo non riguarda solo i politici di professione. Va evidenziato, a questo proposito, che “cittadino” è sinonimo di “politico”, perché deriva da civitas, che altro non è se non la trazione latina del greco polis, da cui viene “politico”. Neppure è compito esclusivo di imprenditori e banchieri. Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, ha sottolineato la responsabilità dei consumatori: «È bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico. C’è dunque una precisa responsabilità sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilità sociale dell’impresa. I consumatori vanno continuamente educati al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalità economica intrinseca all’atto dell’acquistare».
Ma, a monte, ciò suppone uno stile di sobrietà che ha sicuramente la sua radicein quella “buona povertà” di cui abbiamo parlato prima. E’ ancora papa Benedetto a sottolineare che, se si vuole cambiare questa società, «è necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”». Finché non saremo capaci di essere poveri nel modo giusto, saremo responsabili delle vite di coloro che lo sono nel modo sbagliato.

Foto di Cino via Flickr (CC)

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